L’eroe 2: Mejor cómic nacional

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El héroe, libro dos vince il premio di Mejor cómic nacional 2012 per i lettori del sito spagnolo Entrecómics. Ecco qui, in traduzione, la prima parte della lunga conversazione con David Rubín pubblicata sullo stesso sito in occasione dell’uscita del volume nelle librerie spagnole (fine novembre 2012).

Avrai impiegato quasi quattro anni per realizzare i due volumi de El héroe. Come è cambiata la storia rispetto all’idea originale?

Ho scritto la sceneggiatura dei due volumi tutta insieme, prima di cominciare a disegnare, perché nella mia testa si trattava di un unico libro, di conseguenza fin dal principio avevo chiara tutta la struttura dell’opera, quel che doveva succedere in ogni capitolo, dall’inizio alla fine. Quel che è cambiato sono molti dei piccoli ingranaggi che creavano questa sceneggiatura iniziale, sono successe molte cose nella mia vita, alcune buone e altre non tanto, da quando, nel 2009, mi son messo a lavoro, e, che ci crediate o no, questo influisce sul lavoro. Per esempio, nel secondo volume ci sono diverse allusioni alla crisi economica e sociale che sta consumando tutto. Mi è sembrato necessario, e del resto la storia me ne dava l’opportunità, parlare di alcuni temi, di usare, in questo secondo volume, il fumetto come quel linguaggio di comunicazione che sempre ho creduto sia, di tentare di smuovere la coscienza della gente nel momento stesso in cui legge un’avventura d’evasione. Il disegno progredisce e migliora dal primo al secondo volume in maniera naturale, e lo stesso personaggio di Eracle cresce e acquisisce maggior complessità nel corso della narrazione; con la sceneggiatura succede lo stesso, progredisce, cambia, si adatta e migliora a seconda del tempo che vivi e delle cose che ti toccano. Una sceneggiatura non è e non deve essere mai rigida o dogmatica, è una guida per non smarrirsi nel lavoro, può essere completamente flessibile e cambiare in corso d’opera.

Nel tuo libro si nota una grande cura dell’aspetto grafico, un segno che combina il moderno con il classico. Perché questa particolare attenzione e come pensi influisca sulla lettura?

Potenzia la lettura e quel che vuoi raccontare, un lavoro grafico riuscito e accattivante, sia a livello della singola tavola che del libro in sé, come oggetto, conferisce maggior rilevanza al contenuto. Puoi preoccuparti del disegno e del colore e scrivere una storia tremenda e come poi la trascuri o te la confezionano male se ne va in malora. Per questo io curo sempre fino all’ultimo dettaglio, dalla carta su cui si stampa il mio libro, se deve essere spessa o grossolana, fino al progetto grafico vero e proprio, per me è importante tanto quanto la storia, quanto il fumetto che contiene. Di fatto, ne El héroe, l’elemento visivo è parte integrante della storia, fornisce informazioni, genera sensazioni nel lettore, lo prepara per la lettura che sta per cominciare.

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Parlando della progettazione visiva, uno dei punti forti de El héroe  è il concept di personaggi, costumi, mostri, macchinari, edifici… Credo che questo si ricollega molto a Kirby. Dover disegnare tutto questo è stata una sfida o un divertimento? Da dove viene l’ispirazione per tutta questa varietà?

A dire la verità, parlando di studio dei personaggi, in questo libro non ho fatto nessun tipo di lavoro preparatorio: ho realizzato l’aspetto di tutti i personaggi in corso d’opera, mentre disegnavo a matita le tavole. Questo perché fondamentalmente ho passato quasi sei mesi, dei quattro anni trascorsi in questo lavoro, scrivendo solo la sceneggiatura, e alla fine avevo abbastanza chiaro l’aspetto che doveva avere ciascun personaggio. Poi succedono sempre cose nuove, per esempio il personaggio di Atlante non l’avevo chiaro fino al momento di disegnare le pagine in cui compariva, e fu allora che mi venne in mente come risolvere il problema di come fargli reggere la “volta celeste”, visto che ovviamente non si poteva fare come si racconta nel mito, perché sarebbe sembrato ridicolo rispetto al tono che avevo scelto fino a quel punto, e quando mi venne in mente come realizzare il personaggio tutto si è risolto come per magia. Non ho realizzato nemmeno uno storyboard, né nel primo né nel secondo volume, da una parte perché, appunto, avevo tutto abbastanza chiaro, dall’altro perché penso che tolga la freschezza e la forza dell’ispirazione, cioè proprio quel che ci tengo a trasmettere ai lettori.

È bizzarra ma anche coerente la mescolanza che fai tra Grecia classica e tecnologia moderna, persino fantascientifica. È stato complicato integrare le due cose? Perché hai deciso di inserire tutti questi elementi tecnologici?

In realtà fin dall’inizio sapevo di dover inserire degli anacronismi, il racconto si lega alla Grecia classica ma non doveva essere quella la sua dimensione, non so… Penso che dosando gli elementi anacronistici, inserendoli al momento opportuno, conferendogli una funzione effettiva, attiva nella storia, essi stessi si integrano bene e  il lettore li assimila senza problemi. Qualcosa di simile, certo ad altri livelli, avevo sperimentato in un altro libro, La sala da tè dell’orso malese, in cui animali antropomorfi si mescolano a esseri umani, supereroi, samurai… in modo da non stridere, da non creare dubbi nel lettore, e in questo caso non ci sono momenti in cui attirano particolarmente l’attenzione perché sono parte necessaria e fondamentale della storia. Volevo poi evitare di scadere nel prevedibile stile peplum con un tema già visto mille volte, e questo è uno degli ingredienti usati per ottenere questo scopo.

Ne El héroe 2  ci sono parecchi riferimenti ai videogiochi, a volte molto espliciti. Come hai fatto a inserire questo elemento nel fumetto? Mi vengono in mente le Aventuras de un oficinista japonés di José Domingo, con cui dividi lo studio. Avete avuto qualche conversazione sul rapporto tra fumetto e videogiochi?

Mi piacciono molto i videogiochi, ho poco tempo per giocare alla Play ma quando posso mi attacco alla consolle. Inoltre c’è un capitolo nel secondo volume, quando nell’Oltretomba Eracle incontra Ade per ottenere Cerbero, che ho sempre immaginato come una specie di videogioco in cui il protagonista, Eracle, supera livelli sempre più difficili, confrontandosi con “boss di livello” di volta in volta più terribili, come in molti videogiochi. Con José parlo spesso di videogiochi, ma non in relazione al fumetto. Le nostre conversazioni sono più del tipo «E tu come hai fatto a superare quella parte, che io mi sono bloccato per tre giorni?», «Se devi prendere l’armatura magica per combattere il drago devi fare questo e quest’altro…». E già, puro glamour!

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È ormai chiaro che El héroe è una dichiarazione d’amore ai supereroi, ma anche ai suoi creatori. Che è successo nel mondo dei supereroi, in cui non esistono quasi più dei creatori, persone che siano capaci di dare un’impronta personale e di emozionare con le loro storie?

Immagino che questo sia legato a vari fattori, tra cui soprattutto l’elemento commerciale: gli sceneggiatori che lavorano per Marvel o DC oggi sanno che quello con cui stanno giocando non è di loro proprietà, che se inventano un personaggio piuttosto che un altro e poi da lì si realizzano gadget o film non vedranno un soldo, e lo stesso se creano una bella storia che sorprende e fa scuola, come è successo per Born Again o The Dark Phoenix Saga. Perché? Perché utilizzano queste idee in questo o quel film e le sfruttano in questo o quell’evento dell’anno senza che gli autori prendano un soldo e nemmeno il loro nome nei credits? Ovviamente le buone idee, i personaggi originali se li conservano per i loro progetti indipendenti, in cui i creatori hanno il copyright, e invece per i grandi editori arrabbattano qualcosa, un albo stantio appena decente, piacevole quanto basta, che il mese successivo sarà già dimenticato. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma non devono essere gocce in un oceano di mediocrità e assenza di originalità. Questo non è il caso di Jack Kirby, Jim Steranko o Frank Miller, per fare un esempio. Holy Terror a parte, Frank Miller ha rappresentato il 90% della qualità delle pubblicazioni odierne di Marvel e DC. Per quel che riguarda i disegnatori, il discorso non cambia di molto, in genere sono cloni l’uno dell’altro e usano formule narrative e compositive trite e ritrite, prive di ambizione e immaginazione; gli editori non cercano autori che abbiano particolarità nel modo di raccontare o cifre grafiche potenti perché a loro interessano solo i personaggi, di conseguenza quel che serve è la mano d’opera: il professionista che esegue le consegne decentemente e senza tocchi personali e quindi, per quanto bravo, realizza albi che chiunque altro potrebbe fare, senza personalità e incisività. Un disegno di questo tipo e una sceneggiatura banale determinano risultati mediocri e trascurabili. È un peccato per il genere dei supereroi. Mi fa andare in bestia che una cosa che amo così tanto si sia ridotta a questo.

In relazione alla precedente domanda, mi sembra che con El héroe hai dimostrato che si possono fare storie di supereroi rispettandone i cliché ma offrendo qualcosa di nuovo e emozionante. Qual è il segreto?

Amo e conosco a menadito l’universo dei supereroi, ma rispetto a esso mantengo una posizione critica e mi rendo conto di quel che non mi piace. Ho sempre tentato anche di fare molta autocritica e forzarmi a trovare cose nuove nel mio stesso lavoro, e questo mi spinge a cercare novità, a non ripetere schemi già realizzati, e se devo fare un fumetto di eroi e avventure fin dal principio mi ripropongo che sia qualcosa di nuovo ed emozionante, che non sia mai lo stesso. Voglio realizzare l’albo che mi piacerebbe leggere, non quello che un editore crede piaccia al pubblico.

Nei tuoi libri ci sono citazioni molto chiare e anche veri e propri omaggi: a Jack Kirby, Jim Steranko, Frank Miller, Paul Pope, Frank Quitely, Osamu Tezuka o Shigeru Mizuki. Ci sono anche riferimenti meno immediati ma ugualmente importanti?

Ovviamente ce ne sono tanti, e cerco sempre di strizzare l’occhio ai lettori che riescono a coglierli; d’altro canto non voglio che siano una zavorra: non sopporto quando in un albo o in un film si cita qualcosa con lo scopo esclusivo di cercare la complicità del pubblico, con il risultato che chi non coglie il riferimento si sente disorientato e non capisce quel che succede. Visto che me lo chiedi, gli altri riferimenti sono ad Akira Kurosawa, Terrence Malick, Andrei Tarkovsky, Stanley Kubrick, Morrissey, Chris Ware, Moebius, Charles Schulz o Nick Cave. Chi le coglie è davvero un genio, chi non le coglie non ne risentirà certo durante la lettura.

[Qui la seconda e la terza parte oppure l’intervista a David Rubin completa in pdf]

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